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E tu, ne avresti il coraggio?

«Non riuscirei mai a mangiare tutto quel che vorrei vomitare». Pare che il pittore impressionista Max Liebermann abbia pronunciato queste parole vedendo sfilare un corteo delle SA davanti a casa sua.

«Non riuscirei mai a mangiare tutto quel che vorrei vomitare». Pare che il pittore impressionista Max Liebermann abbia pronunciato queste parole vedendo sfilare un corteo delle SA davanti a casa sua. Qualche settimana più tardi rinunciò a tutti i suoi incarichi nell’Accademia prussiana delle Arti, dopo avere constatato di persona la discriminazione e gli attacchi nei confronti dei colleghi di origine ebraica. Pur essendo un conservatore e un patriota, Liebermann non volle diventare complice della brutalità del nazismo.

La sua presa di posizione non fu una cosa comune. All’università, nelle accademie, negli istituti scientifici la maggioranza scelse di tacere di fronte alle discriminazioni, ai maltrattamenti, alle deportazioni, all’omicidio dei propri colleghi, e ci fu anche chi ne trasse vantaggio salendo di grado più in fretta di quanto gli sarebbe spettato.

Nei momenti in cui sembra che il mondo sia abbrutito a livelli insostenibili, c’è sempre qualcuno che fa uno sforzo, per quanto a volte inutile, per conservare la dignità e la solidarietà.

Faccio queste riflessioni a Berlino, nel centro di documentazione “Topografia del terrore”, davanti a un’immagine che mostra centinaia di persone con il braccio alzato e, in mezzo a loro, un uomo con le braccia conserte e un’espressione aggrottata. È una fotografia famosa, forse perché insolita in un mondo in cui la sottomissione è la regola. Non è facile essere l’uomo che rifiuta di alzare il braccio: sa che molti di quelli che lo circondano non sono davvero nazisti, ma hanno paura, una paura che potrebbe spingerli a denunciarlo. E forse anche lui ne ha. Però è consapevole che esiste un livello di abiezione superato il quale diventa impossibile guardarsi allo specchio. Tutti abbiamo dei tentennamenti, tutti a volte cediamo per timore; eppure, vogliamo credere nell’esistenza di linee che non saremmo mai disposti a oltrepassare, linee che ci collocherebbero irrimediabilmente dalla parte dell’inaccettabile. Stare in Germania significa andare continuamente a sbattere contro la Storia nella sua versione più terribile: ovunque monumenti commemorativi, pietre d’inciampo dorate che ricordano i nomi degli ebrei sequestrati e assassinati, musei nei quali si descrivono gli orrori perpetrati al loro interno o poco lontano. Passeggiare in una qualsiasi città tedesca, e soprattutto a Berlino, ti trasforma in un testimone della ferocia estrema cui possono spingersi persone che, nella maggior parte dei casi, si considererebbero, e sarebbero considerate da parenti e amici, normali.

Ma ci sono anche momenti di luce, di consolazione. A Francoforte, la scrittrice Rosa Ribas mi ha raccontato di Valentin Senger, scrittore e giornalista ebreo tedesco. Lui e parte della sua famiglia sopravvissero ai dodici anni di dittatura nazista grazie alla complicità di diverse persone. I loro vicini non li denunciarono, pur sapendo che erano ebrei: i compagni d’infanzia di Valentin, che da bambini lo avevano preso in giro perché circonciso, da adulti scelsero di non parlare; e anche il medico che lo esaminò per decidere se fosse idoneo al servizio militare mantenne il silenzio su quella “anomalia”, mentre il commissario di quartiere falsificò le sue carte in modo che non contenessero il minimo accenno alla religione ebraica. Se si fosse scoperto che proteggevano lui e la sua famiglia, quelle persone avrebbero subito rappresaglie. Immaginate quel poliziotto, che pare abbia dovuto intervenire in più occasioni per ritoccare i documenti dei Senger: lo vedo seduto alla scrivania, con le carte davanti, spaventato all’idea di quel che potrebbe succedere a lui e ai suoi cari. È facile pensare che sia stato assalito da fantasmi di degradazione, carcere, forse persino torture. Familiari e amici gli avrebbero voltato le spalle, avrebbero evitato qualunque contatto con lui. Eppure, prese la penna e ritoccò i documenti che aveva davanti. Sicuramente per pietà, forse anche perché non sarebbe riuscito ad affrontare una vita nella quale si sarebbe dovuto continuamente vergognare di sé.

Io potrei essere quel poliziotto, avrei il coraggio di esserlo? Tu avresti il coraggio? La risposta è importante, ancora una volta, oggi. Non ho intenzione di paragonare quei tempi a questi. Ma non si può negare che stiamo assistendo a un degrado insopportabile della vita politica, e di conseguenza dei cittadini e delle cittadine che la determinano. La bassezza dei discorsi xenofobi, misogini, omofobi che sentiamo oggi fanno pensare che, se nessuno ci pone rimedio – se noi non ci poniamo rimedio – presto ci toccherà chiederci qual è il limite dell’abiezione che non possiamo oltrepassare.

In questo momento, in Europa, ci sono già diversi primi ministri di partiti di ultradestra nelle cui file militano nazisti, fascisti, franchisti, ogni paese ha la sua specifica modalità. Mentre scrivo queste ultime righe, in Spagna mancano meno di dieci giorni alle elezioni, e uno di questi partiti potrebbe salire al potere. Nel frattempo, vediamo in America Latina politici che giustificano, o addirittura rimpiangono dittature recenti, e intellettuali che li appoggiano (come male minore, dicono; la stessa cosa che dicevano molti conservatori tedeschi a proposito dei nazisti, un presunto male minore rispetto al socialismo).

Sappiamo già cosa succede in questi casi: intimidazioni a giudici e giornalisti che non si piegano, attacchi alle minoranze, smantellamento del tessuto culturale, diffusione di notizie false, criminalizzazione di fasce di popolazione, brutalità politica. Tutto questo è già qui, in misura maggiore o minore, l’unica cosa che possiamo chiederci è se otterrà abbastanza potere da farla finita una volta per tutte con la democrazia.

E ormai abbiamo visto che molti presunti democratici iniziano ad allinearsi, a minimizzare, ad adattarsi. Perciò è tranquillizzante sapere che c’è sempre chi resiste, chi si rifiuta, chi non alza il braccio né firma dove non deve. Per il momento il rischio per la maggior parte di chi protesta è limitato. Non fare carriera, non vedere in cartellone la propria opera teatrale, farsi sospendere un festival letterario, essere calunniati. Ma noi non ci giochiamo la vita come l’uomo con le braccia conserte della fotografia. Auguriamoci di non dover scoprire chi siamo davvero, qual è la soglia dell’abiezione che non vogliamo oltrepassare. Lo chiedo per primo a me stesso: saprei essere l’uomo della fotografia? Saprei essere il poliziotto che falsifica i documenti di un perseguitato? Saprei essere il medico che chiude gli occhi rischiando di perdere il lavoro? Sono domande cui, in realtà, potrei rispondere solo se un giorno mi si presentassero concretamente, non come ipotesi. Spero che quel giorno non arrivi mai.

(José Ovejero, traduzione di Grazia Brundu)

1. Coppia aperta

Quando 06 ottobre 2023 dalle 19.00

Con José Ovejero , Edurne Portela.

Dove Lo Quarter - Sala conferenze [ indicazioni stradali ].

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